L’importanza di fare un test SEO.

Per SEO test si intendono esperimenti, che vengono attuati da specialisti degli algoritmi dei motori di ricerca, al fine di studiarne i meccanismi.

Partiamo da un presupposto importante: nessuno conosce con certezza, al 100%, l’algoritmo. Neanche gli stessi ingegneri di Google.

Questo accade anche perché vi sono almeno 200 fattori che contribuiscono per il posizionamento, e alcuni fattori, come RankBrain, sono intelligenze artificiali in auto apprendimento.

Qui ti mostro come procedere per verificare l’influenza dei vari fattori.

Big G non ci dirà quali passaggi dobbiamo compiere per arrivare al risultato sperato.

Se vuoi avere un buon ranking, e se desideri quindi aumentare il traffico organico in modo concreto, devi sperimentare per scoprire cosa funziona meglio per te (invece di leggere le ipotesi di qualcun altro.)

In poche parole: devi essere pronto a sporcarti le mani.

Ho creato 4 video gratuiti in cui ti spiego il mio esatto metodo, per permetterti di ottenere i miei stessi risultati.

Scaricali gratuitamente cliccando sul pulsante sotto il video, e inizia questo percorso con me. Altrimenti, continua la lettura dell’articolo più in basso.

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    Come Eseguire SEO Test

    Ecco alcune indicazioni di massima da seguire.

    Fa Esperimenti e Prove Progressive

    Modifica un singolo elemento alla volta, e segui i risultati man mano, per limitare il rischio.

    Prendi nota dei risultati ottenuti da ogni modifica e la loro incidenza, oltre alla frequenza con cui le modifiche incidono sul traffico organico.

    Considera sempre che le variazioni possono anche essere dovute a modifiche dell’algoritmo.

    Punta sulla Ripetibilità degli Esperimenti

    Ripetibilità: hai ottenuto risultati decenti? Buono. Fallo ancora. Una sola volta non basta.

    Mi raccomando, però: devi procedere con estrema cautela, perché non vuoi fare qualcosa che non puoi annullare.

    Ecco ora alcuni che puoi eseguire:

    Test SEO sulla Keyword Density

    La keyword density, densità di parole chiave in un testo, non è un fattore esistente. Inserire troppe parole chiave in un contenuto per raggiungere una certa densità non porta ad obiettivi concreti, come poi leggere nel mio studio sulla keyword density ottimale.

    Mi presento: sono Filippo Jatta, sono consulente dal 2007.

    Mi sono laureato e specializzato nel 2007 in Economia, Organizzazione e Sistemi Informativi presso l’Università Bocconi di Milano.

    Per contattarmi usa il form in fondo alla pagina o scrivimi su whatsApp al numero 348 09 06 338.

    SEO Test Gratis di Ottimizzazione: il Grassetto

    Fa test con le parole chiave in grassetto.

    Alcuni mostrano che i tag <strong> non influenzano il ranking, o se lo fanno sono un fattore molto debole.

    Alistair Kavalt di Sycosure ha deciso di mettere alla prova questo, aggiungendo un numero esagerato di parole chiave in grassetto.

    Il risultato? Il contenuto sembrava più una pagina descrittiva di quella parola chiave, che un contenuto informativo. Insomma, decisamente troppo, tanto che i risultati negativi non sono tardati ad arrivare: dopo aver apportato queste modifiche a una sola pagina e usato una combinazione di controlli manuali con SerpBook per vedere la possibile fluttuazione dei risultati, si è resa conto, in soli tre giorni, che la pagina aveva perso ben 53 posizioni, scomparendo dalla SERP per la stessa parola chiave che aveva cercato di spingere in questo modo. Insomma, l’esempio che esagerare è controproducente.

    Pochi giorni dopo ne aveva avuto abbastanza, ha quindi deciso di rimuovere le parole chiave in grassetto e ha aspettato di nuovo per vedere cosa sarebbe successo.

    Una settimana dopo essere scomparsa dalle SERP e solo pochi giorni dopo aver rimosso il grassetto dalla parola chiave, la pagina è tornata alla prima per quella specifica keyword.

    Alla fine, la pagina si è stabilizzata, ma ciò era servito a comprendere che nonostante il grassetto sia importante, non lo è nella maniera in cui siamo abituati a pensare. E se vuoi averne la prova, rimuovi i tag in grassetto e guarda cosa succede alle tue classifiche.

    Che validità ha questo? E’ attendibile? Come ti ho suggerito, i case study sempre presi con le pinze. Informati  leggi, ma sperimenta in prima persona.

    URL User Friendly

    È probabile che tu abbia creato il tuo blog anni fa, con molta probabilità prima ancora di sapere cosa stessi facendo, o forse la tua attività era iniziata ancora prima.

    Il fatto è che le decisioni prese in quel momento (anni fa, probabilmente) possono (e spesso lo fanno) essere oggi un peso ed una persecuzione.

    Qual è il motivo di ciò? La modifica delle impostazioni degli URL friendly (o permalink, come li chiama WordPress) in un secondo momento causerebbe la propagazione di errori di massa 404. Sarebbe come un suicidio se non sapessi esattamente cosa stavi facendo (e come risolverlo), e non ponessi rimedio con redirect 301.

    Qual è esattamente la struttura ottimale del permalink? Le date nell’URL sono una scelta buona oppure no?

    Harsh di ShoutMeLoud ha deciso di scoprirlo. Inizialmente, ha affermato che “la rimozione delle date ha avuto un impatto positivo”, e quindi, forte di questo, ha deciso di fare la prova.

    Il ragionamento qui ritorna alla pertinenza dei contenuti. Alcuni dei suoi vecchi post sul blog risalgono al 2008. Il contenuto era sempreverde, era ancora valido e quindi legittimo, ma chi leggeva la data “2008” nella stringa URL metteva in dubbio la sua validità.

    Così ha sperimentato entrambi gli approcci: post sul blog con data e senza data, per verificare quali cambiamenti si sarebbero perpetrati.

    E da questo esempio, è stato possibile constatare che l’aggiunta delle date riduce il traffico, mentre la sua rimozione tende a farlo aumentare e aiuta la pagina.

    Quindi, il contenuto obsoleto sembra inevitabilmente obsoleto, e di fronte a due risultati ugualmente convincenti, con tutto messo al posto giusto e molte cose uguali, si tende a scegliere il nuovo in sfavore del vecchio.

    La rimozione delle date dai post è in genere abbastanza semplice. Potresti aver bisogno di assistenza tecnica, ma di solito si rimuove solo una riga di codice o tema.

    Quando rimuovi le date dai permalink, quindi, procedi con cautela e assicurati di impostare i tuoi reindirizzamenti 301.

    Check del Tempo di Permanenza

    Inizialmente introdotto da Duane Forrester, il tempo di permanenza si riferisce al tempo trascorso da un visitatore su una pagina prima di tornare al motore di ricerca che lo ha “spinto” a visitare quella pagina.

    Per semplificare, è facile comprendere che, idealmente, più lungo è il tempo di permanenza, meglio è; ed in effetti, a pensarci bene ci renderemo conto che ciò ha perfettamente senso e funziona proprio così.

    Contrariamente alla credenza popolare, la SEO non riguarda classifiche, parole chiave, ecc., ma più semplicemente riguarda il rispondere alle query di ricerca. Si tratta di essere i migliori nel dare alla gente la risposta alla domanda che la affligge, e nel restituire esattamente il risultato che sta cercando.

    Pertanto, il tuo obiettivo è sodisfare il search intent, o intento di ricerca.

    Quando un utente fa una ricerca, e clicca, ma subito dopo (pochi secondi, intendo) clicca il pulsante “Indietro” ed esce, questo significa che il tempo di permanenza è basso, e significa sostanzialmente che non sei stato in grado di dare ciò che stava cercando: brutto segno!

    È un ragionamento simile alla frequenza di rimbalzo o al tempo sulla pagina a cui sei già abituato, ma con qualche sfumatura in più che vale la pena di conoscere e di capire.

    Il tempo di permanenza è un concetto importante perché determina come dovremmo progettare le pagine e cosa dovrebbe essere inserito al loro interno. È per questo che i post di forma lunga tendono a rankare meglio di quelli di forma breve, non perché alle persone piaccia leggere (non lo fanno), ma perché aiuta a mantenere le persone incollate allo schermo un po’ più a lungo.

    Anni fa, Dan Shewan di WordStream ha indicato due diversi esempi che suggeriscono di misurare il tempo di permanenza.

    Il primo esempio era l’opzione che i visitatori hanno, di bloccare i risultati di un dominio specifico, e il secondo è il suo esatto contrario: la possibilità di ottenere più contenuti da quella fonte.

    Da allora, abbiamo avuto diversi altri studi che confermano che il tempo di permanenza ha un certo impatto.

    Testare questo può essere relativamente semplice. Inizia migliorando il contenuto. Prendi un post che ha buona visibilità, ma magari non così bene, magari all’inizio della seconda pagina dei risultati.

    Cerca prove che non soddisfino del tutto le intenzioni del ricercatore, come tassi di rimbalzo e di uscita elevati con tempi bassi sulla pagina, e infine, semplicemente dedicati a migliorare la qualità dei contenuti e fai qualcosa che aiuti.

    Qualche esempio? Ci sono tantissime opportunità:

    • Aggiorna le statistiche;
    • Migliora la leggibilità e la scansionabilità;
    • Aggiungi nuove sezioni;
    • Aggiorna la grafica;
    • Inserisci un sommario per aiutare le persone ad arrivare subito al punto;
    • Usa audio o video per riassumere meglio le informazioni sulla pagina;
    • Includi collegamenti interni per articoli correlati per creare delle vere e proprie reti di contenuti;
    • Infine, monitora i risultati.

    Attenzione: non è detto che un tempo di permanenza alto e un bounce rate basso siano indice di qualità

    Se è in grado di rispondere immediatamente alla ricerca dell’utente, si possono avere con tempo di permanenza basso e alto bounce rate, ma che funzionano benissimo.

    Elimina i Contenuti Inutili

    Più grande è meglio. Più pagine = più traffico. Giusto?

    Non esattamente. Anzi. Meno pagine possono portare a migliorare il ranking, secondo un case study presentato su Moz.

    Everett Sizemore sostiene la “potatura” rimuovendo in modo proattivo elementi che non migliorano la qualità. Brian Dean ha suggerito un’idea di potatura simile.

    La teoria di ciò è che meno spazzatura hai, maggiore è il segnale di qualità generale. Funzionerebbe in modo simile al punteggio di qualità di AdWords, fornendo un’indicazione di come i tuoi annunci e le tue campagne si stanno allineando con gli utenti.

    Everett utilizza QualityRank come modo per spiegare come funziona questo segnale. La “potatura” delle pagine di bassa qualità a basso traffico aumenta il punteggio medio complessivo.

    Ad esempio, riduci il 30-50% dei contenuti di bassa qualità. Ora, ti rimangono solo le parti centrale e superiore. Meno pagine in generale, ma eliminare le pagine di basso valore aumenta la qualità media delle pagine.

    Sono stati posti alcuni esempi di questo: il risultato è la possibilità di aumentare del 96% i ricavi della ricerca organica.

    Ahrefs ha condiviso i propri risultati di un test simile che ha mostrato un enorme rialzo nel corso di un anno. Ancora una volta, è stata posta una grande enfasi sulla potatura (oltre ad altri miglioramenti tecnici).

    Everett consiglia di eseguire prima un controllo dei contenuti per scoprire le pagine con le prestazioni peggiori. Ad esempio, puoi trovare le pagine con:

    • Nessun traffico di ricerca organico;
    • Nessuna keyword con posizionamento interessante;
    • Nessun backlink in entrata;
    • Nessuna condivisione sociale o visita.

    Il consiglio è di iniziare semplicemente aggiungendo un tag noindex su queste pagine di bassa qualità. In questo modo, tecnicamente queste pagine esistono ancora, ma non dal punto di vista di un motore di ricerca.

    Link Building e Nofollow

    Sai già che la link building e i link in entrata contano e sarai già perfettamente consapevole di quanto la qualità del link sia importante , ed è anche chiaro che non tutti i link possono avere la stessa valenza, soprattutto quando si considerano i link nofollow.

    Per quel riguarda i commenti sui blog ad esempio, tutte quelle persone che a loro modo non fanno altro che fare spam allo scopo di ottenere link, potrebbero rimanere particolarmente deluse nello scoprire che creare troppi commenti automaticamente non porta alcun miglioramento nel traffico organico.

    È fondamentalmente un metodo protettivo, un modo attraverso il quale comunicano ai motori di ricerca che non va attribuito alcun valore a quei link.

    E c’è un’idea comune alla base di questo: ed è il fatto che i link “nofollowed” sono completamente inutili. Tuttavia, potrebbe non essere sempre così.

    È stato infatti dimostrato, attraverso un esempio da parte di Rand e del gruppo IMEC Lab, che qualche volta anche i commenti spam potrebbero avere una rilevanza.

    Nell’esempio, sono stati infatti puntati quarantadue link nofollow verso una pagina nona in classifica per una “query a bassa concorrenza”.

    Cosa è successo, quindi? È accaduto che la pagina ha iniziato a salire fino in sesta dopo che quei link sono stati indicizzati.

    E infine, la rimozione dei tag nofollow sui link ha aiutato la pagina a salire in quinta.

    Questo esperimento suggerisce che almeno per le query che non sono super competitive, i link nofollow non sono così inutili come si pensava in precedenza.

    Migliora la Performance per Velocizzare

    Velocizzare è fondamentale per gli utenti: Google ha pubblicato un rapporto che si riferisce al settore della velocità delle pagine “mobile” a febbraio. Da questo rapporto è venuto fuori che “la probabilità che qualcuno vada via aumenta del 113 percento se ci vogliono sette secondi per caricare”.

    Diciamo quindi con estrema sicurezza che alla gente davvero non piace aspettare troppo tempo affinché avvenga il caricamento delle pagine. E questo accade soprattutto per coloro che fanno uso dei dispositivi mobili per navigare in rete, per effettuare delle ricerche, degli acquisti, o semplicemente per svagarsi.

    Potrebbe sembrare strano, visto che la tecnologia fa passi da gigante e che l’uso dei dispositivi mobili dovrebbe permettere di dimezzare i tempi di caricamento delle pagine (che dovrebbero essere più leggere), ma il problema è che lo stesso rapporto ha rilevato che la maggior parte delle pagine per dispositivi mobili impiega tre volte tanto a caricarsi (circa 22 secondi).

    I tempi lenti di caricamento della pagina hanno un effetto a cascata. Più tempo impiega una pagina a caricarsi, meno traffico, più rimbalzi e meno conversioni vedrai.

    Allo stesso modo, poiché il numero di elementi (testo, titoli, immagini) su una pagina va da 400 a 6.000, la probabilità di conversione salta del 95 percento.”

    Non è solo il tempo di caricamento della pagina a peggiorare le prestazioni. È qualcosa di un po’ più genialmente definito Time to First Byte (TTFB).

    Billy Hoffman ha lavorato con Moz anni fa per eseguire un esperimento. Hanno infatti preso ben 100.000 pagine come punto di riferimento da valutare, ed hanno utilizzato 40 diverse parametri di caricamento della pagina come base per la loro analisi.

    Hanno quindi registrato il tempo di caricamento della pagina di mezzo in base alla posizione di ricerca media per vedere se c’era qualche correlazione.

    In altre parole, si aspettavano che le pagine con un ranking migliore avessero un tempo medio di caricamento della pagina inferiore. Ma non è sempre stato così. Infatti, essi hanno trovato una più forte correlazione tra visibilità e TTFB: e cioè, più in alto la pagina appariva, minore era il TTFB.

    Billy ha affermato che “il TTFB è probabilmente il parametro più rapido e semplice da  individuare”, il che può aiutare a spiegare perché sembra essere un fattore così influente.

    Ok fantastico. Ciò significherebbe in realtà qualcosa se sapessi in primo luogo che cosa fosse questo TTFB; in pratica, esso è fondamentalmente il tempo impiegato dai motori di ricerca per “ricevere il primo byte di dati dal server”.

    Funziona così: quando qualcuno digita il tuo indirizzo web e preme “Invio”, quella richiesta viene inviata al tuo server per inviare i dati appropriati.

    Il tuo server elabora tale richiesta, raccoglie dati da luoghi diversi e li assembla per la trasmissione. Quindi viene rinviato al client o al browser originale che lo ha richiesto.

    Ora, moltiplica quella sequenza, per decine di migliaia di visitatori, diffusa in tutto il pianeta, a tutte le ore del giorno. Ogni problema aggiuntivo oppure ogni aspetto ridondante, come file di immagini di grandi dimensioni o codici scadenti, possono rallentare di molto questo processo, esattamente come una cattiva connessione WiFi: pertanto, in altre parole, il caricamento della pagina non è l’unico problema a cui prestare attenzione o per il quale valga la pena di effettuare uno studio specifico.

    Importante è quindi anche fornire contenuti pertinenti, più velocemente.

    Ecco perché può essere d’aiuto utilizzare una rete di distribuzione dei contenuti. In questo modo potrai accelerare i tempi di caricamento della pagina e ridurre il carico iniziale che viene trasmesso ogni volta che qualcuno richiede contenuti.

    Continua le Prove

    La PPC è abbastanza trasparente: per esempio, sai quanto costano le parole chiave e hai qualunque dato per ottimizzare il ROI delle tue campagne a pagamento.

    Molti strumenti possono mostrarti quanto stanno pagando i tuoi concorrenti o come è stato ideato il testo dell’annuncio e ancora come appaiono le pagine di destinazione.

    Tuttavia, non mancano miti e leggende .

    Possiamo cercare le migliori modalità per andare avanti e percorrere al meglio la nostra strada, ma alla fine della giornata, dobbiamo testare ed eseguire esperimenti per essere certi di quanto stiamo facendo.

    La buona notizia è che non devi iniziare al buio. Puoi iniziare con questi sei che hanno già funzionato per gli altri per iniziare a scoprire cosa funziona e cosa invece non funziona (e va migliorato) per te.

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    Filippo Jatta

    About Filippo Jatta

    Filippo Jatta è consulente SEO dal 2008. Dottore magistrale in Organizzazione e Sistemi Informativi presso l'Università Luigi Bocconi di Milano.